Brevi cenni storici del Convento

adv - 31/10/2008

Sia per la viva tradizione del passaggio di san Francesco, sia per l’importanza strategica che gli Angioini attribuirono al castello di Montella, il luogo dei frati di Folloni fu beneficato con liberalità dai sovrani che si susseguirono sul trono di Napoli.  E alla semplicità del primo insediamento seguirono strutture imponenti, degne di un feudatario quale Bartolomeo di Capua, di Filippo di Taranto che nel 1322 con privilegio trasformava in diritti le acquisite “consuetudini” di pescare nel fiume e legnare nel bosco, della regina Giovanna che nel 1374 si raccomandava in una lettera ai frati, suoi “devoti e fedeli oratori”. Gli Aragonesi, cacciati gli Angioini nella prima metà del '400, confermarono i privilegi concessi ai frati sotto la precedente dinastia. In una lettera del Luglio 1441 Alfonso confermava gli stessi favori concessi da Giovanna I. Ferrante negli anni 1460-65 concedeva ai frati sei tomoli di sale annui da prelevarsi alla regia dogana gratuitamente.

Tutte queste attenzioni aiutarono l’espansione del convento e lo fecero crescere nelle strutture e nel numero di religiosi. I documenti conservati attestano l’opera che i frati svolgevano tra la gente, e all’evangelizzazione seguiva sempre la divisione del pane, quello materiale e quello della cultura. Quello materiale non c’era pericolo che mancasse: i frati fecero dipingere la scena del sacco sulla porta del convento e nel refettorio, perché a se stessi e a tutti ricordassero la promessa di san Francesco: quando in tutto il mondo rimanessero tre sole pagnotte di pane, una sarebbe per i frati. Quello della cultura lo divisero con i laici, aprendo la biblioteca e gli studi ai giovani del luogo. I due fratelli Lucio, letterati ed umanisti irpini, studiarono in convento. Qui si riparò Jacopo Sannazzaro dopo la morte della madre, trovando tra questi monti – i Picentini – il locus amoenus motivo ispiratore della sua Arcadia. Con lui Gianni Anisio, il Cotta, furono ospiti dell’Accademico pontaniano Troiano Cavaniglia, figlio di Diego conte di Montella.

Dal ‘500 al ‘700 il convento ha subito molte trasformazioni in seguito ai frequenti terremoti e ristrutturazioni operate dai frati che non hanno badato a sacrifici per consegnarci un monumento di fede e di arte che oggi lascia sorprese le migliaia di visitatori che non si aspettano di trovare un luogo tanto bello in questa piana. Anche le due soppressioni, quella napoleonica e sabauda, nonostante abbiano spogliato il convento di beni artistici e documentari, non sono riuscite a impedire a quell’antico leccio di produrre nuovi germogli né a quel pane di continuare ad essere spezzato nell’accoglienza e nella condivisione.