San Francesco e il Convento di Montella

adv - 31/10/2008

Antiche fonti e tradizioni raccontano che Francesco d’Assisi riparò qui provvidenzialmente nell’inverno del 1221, sotto un leccio. Nonostante il tempo da lupi – è il caso di dire perché di terra irpina si sta parlando - la neve che cadde quella notte non lambì le fronde sempreverdi dell’albero né inzuppò le tonache di quei pochi frati che vi avevano trovato rifugio per la notte. Il fatto prodigioso non tardò molto a passare di bocca in bocca, come l’identità della guida di quel drappello di forestieri, vestiti in modo vile: frate Francesco e i frati minori, diretti alla grotta di san Michele sul Gargano. Alle richieste insistenti della gente e del castellano il santo di Assisi cedette volentieri, lasciando due frati che costruissero accanto all’albero un romitorio dedicato alla Vergine dell’Annunciazione. Il leccio, nascosto nelle fondamenta del convento, è diventato radice dell’albero secolare che è il Complesso Monumentale di san Francesco a Folloni.

Questa storia leggendaria e drammatica, non è l’unico “documento” della fondazione né l’unico fioretto che si tramanda della prima fraternità che ebbe il privilegio di iniziare un’avventura spirituale che continua da otto secoli. Appena due anni dopo, sempre la neve fa da occasione ad un altro prodigio: i frati sono bloccati da giorni e non hanno da mangiare, né qualche anima pia può portar loro un pane, perché dall’abitato è impossibile percorrere due miglia nella neve alta. Qualcuno bussa alla porta, viene spalancato l’uscio a un altro misero che certo chiederà da mangiare, ma non c’è nessuno. Solo un sacco pieno di pane fragrante sulla neve alta. Si cercano impronte che non ci sono. E il sacco, è di lino, ricamato a gigli di Francia. Troppe domande, la fame e il freddo rendono quei poveri uomini avidi di cibo. Ma con stupore mangiano quei pani, intanto si smorzano i morsi della fame ma non le domande: Chi sarà stato? E un sacco tanto prezioso? E i gigli, francesi in Irpinia? Solo tempo dopo sapranno che Francesco era in Francia presso la corte di Ludovico VIII: in visione aveva saputo del pericolo per i suoi frati e per mano di angeli aveva inviato quel sacco di pane fino a Montella. Conserveranno allora il sacco come tovaglia d’altare, e nei secoli a venire sarà la reliquia più preziosa del convento.

A pochi passi dal Convento una limpida fonte d’acqua ricorda ancora un prodigio del Poverello. Tornando dalle Puglie e trovando intenti i frati a riparare le rovine del luogo per costruire il romitorio insieme a buona gente del posto che li aiutavano, provvide a far scaturire una fonte chiara perché si dissetassero mentre le acque del fiume Calore in piena erano troppo torbide da potersi bere.

La fede e la devozione della gente di questa terra irpina al Poverello sarà proclamata a tutto il mondo dal pennello di Giotto che nella Basilica superiore di Assisi dipinse, tra i tanti miracoli attribuiti a Francesco dopo il suo transito nel 1226, quanto accadde a Montemarano, poco lontano da Montella. Una donna devota era morta senza il conforto della confessione. Durante il suo funerale si svegliò chiedendo un confessore: per intercessione del beato Francesco le era stato concesso di tornare in vita per poter essere assolta dai peccati. Una volta ricevuta l’assoluzione si riaddormentò in pace.